Storia, Arte e Cultura

La città più meravigliosa dell’Umbria


Jacques Camille Broussolle, studioso e storico dell’arte francese, profondo conoscitore dell’Umbria e delle sue bellezze, nel saggio intitolato “Pélerinages Ombriens. Études d’art et de voyage” edito nel 1896 a Parigi, nel quale egli raccolse gli studi fatti a seguito del suo viaggio in Umbria, definì Città della Pieve come la città più meravigliosa dell’Umbria.

Le sue parole devono certamente essere state ispirate da un senso di stupore e da un sentimento di fascinazione senza pari che chi conosce Città della Pieve non ha difficoltà a comprendere.

Ebbene noi ci proponiamo di offrire ad ogni visitatore della Città della Pieve la possibilità di provare le stesse sensazioni, le stesse emozioni, lo stesso desiderio di ritornare al più presto.

A distanza di oltre cento anni, infatti, qui da noi il tempo ha lasciato immutata ogni cosa.

Città della Pieve, però, oggi come allora, non è uno dei tanti piccoli borghi d’Italia.

E’ un’isola di colore rosso mattone circondata dal verde mare del paesaggio umbro, luogo di conservazione di tradizioni popolari profonde nel quale si concentrano testimonianze della grande storia d’Italia, di cui Città della Pieve stessa è perfetto modello.

Città della Pieve è un luogo magico che accoglie, avvolge ed invita a rimanere protetti tra le sue mura.

Città della Pieve è, al tempo stesso, base ideale per esplorare il territorio circostante, ove, all’interno di un grande cerchio che ha in Firenze e Roma i limiti estremi, tra Umbria, Toscana e Lazio, è racchiusa una parte d’Italia in cui natura, storia e tradizioni secolari si fondono in modo esemplare e stupefacente.

La città perfetta


“Città della Pieve è una città perfetta, vive la condizione ideale di essere isolata e vicina. Al centro dell’arte con i capolavori di Perugino, ma senza l’ansia di un turismo frenetico. Nelle stanze riparate delle belle case, delle ville, degli alberghi, delle osterie e dei ristoranti, di giorno e di notte, un’euforia lieve anima gli spiriti e agita i corpi. Si arriva e si vorrebbe restare, senza che lo spirito guida, tra scrittore straniero e genius loci, abbia occupato per te lo spazio di un pensiero libero e di una memoria incondivisa. Città della Pieve non è per tutti, è di ognuno. Fuori del mondo ma non provincia, rifugio di anime elette e tormentate, oasi protetta per uomini di malinconia attiva”. (Vittorio Sgarbi – Menzione del Premi Pio Alferano 2013)

Dagli Etruschi al Rinascimento


Urna cineraria etrusca

Secolo III a.c.

Museo Civico Diocesano

Chiesa di Santa Maria dei Servi

La Crocifissione

Jacopo di Mino del Pellicciaio

Affresco del secolo XIII

Oratorio di San Bartolomeo

Autoritratto autografo

Pietro Vannucci detto il Perugino

Affresco – 1500

Collegio del Cambio di Perugia

L’epoca etrusca


L’assenza di tracce di insediamenti sul colle ove sorge Città della Pieve lascia presumere che il luogo non fosse abitato nei tempi più remoti ma che fosse comunque un antico luogo di culto.

Nella campagne del territorio, nel corso dell’ottocento, sono peraltro state ritrovate tombe appartenenti alla famiglia dei Purni (dal lat. Furini o Purii), che contenevano urne in alabastro ed altri elementi sepolcrali quali vasi cinerari, lapidi, òlle, ossari fittili, utensili e fibule.

Tali manufatti sono andati ad alimentare importanti collezioni pubbliche e private ed una di queste urne, caratterizzata da bassorilievi di particolare pregio, fu persino acquistata dal Museo Nazionale di Londra.

Queste circostanze fanno pensare che il nostro territorio appartenesse alla circoscrizione di Chiusi e facesse parte dell’Ager Clusinus, la  campagna da cui traeva il proprio sostentamento alimentare la potentissima città stato e nella quale risiedevano importanti famiglie di agiati ed influenti proprietari terrieri.

A testimonianza di questo antico passato nell’ottobre 2015 è tornata alla luce una nuova tomba nella località di San Donnino i cui reperti sono in mostra presso il Museo Civico Diocesano di Santa Maria dei Servi e che vanno ad unirsi all’obelisco visibile all’interno di Palazzo della Corgna.

 

Le origini longobarde


Il primo nucleo urbano nacque solo intorno al VII secolo d.c., come castrum, postazione fortificata della Tuscia longobarda in avvistamento di Perugia bizantina.

Il colle su cui oggi sorge la moderna Città della Pieve, infatti, si trovava sul crinale di confine al di sotto del quale si estendeva il corridoio bizantino che collegava Roma alla Pentapoli ed all’Esarcato.

Fuori del castrum, situato presso l’odierna via Manni, chiamata un tempo non a caso via della Lombardia, venne edificata una pieve, chiesa con funzioni battesimali dedicata ai Santi Gervasio e Protasio, martiri di Milano i cui resti erano stati rinvenuti dal vescovo Ambrogio nell’anno 386 d.c.

Da lì derivò l’antico nome della città, Castum Plebis Sancti Gervasi.

L’antica pieve con il suo fonte battesimale assolse alla funzione di assorbimento delle ultime schegge di paganesimo secondo un procedimento diffuso in tutta la Tuscia per il quale, gli individui che entrano nella chiesa per diventare cristiani, si riconoscono anche come comunità unita sul piano civile.

Si creò, quindi, un borgo intorno alla pieve e si costruì a fianco di essa la Torre del Pubblico, che divenne nei secoli un tutt’uno con l’edificio religioso.

Fu così che, il centro originario continuò ad attrarre sempre nuovi residenti, anche per il progressivo impaludamento della Valdichiana, che spinse la popolazione della valle a salire in alto. L’antico castrum militare divenne dunque centro di interessi civili ed economici, protetto da mura cui si accedeva attraversando l’unica porta detta di Giano.

 

Lo spirito ghibellino, la lotta con Perugia e la fine delle libertà comunali


Perugia, prima etrusca e poi romana, era una città che aveva sempre rivestito un ruolo di grande rilievo nel territorio del centro Italia. Alla caduta dell’impero romano d’occidente la città era riuscita a conservare il suo status e fu da subito il più importante e potente tra gli alleati del papato e del nascente Stato della Chiesa. In epoca medievale il territorio del libero comune di Perugia occupava quai tutta l’Umbria e confinava con la Repubblica di Siena, ghibellina, e la città guelfa di Orvieto con le quali era sempre in lotta per il dominio sulle aree di confine.

Alla fine del secolo XI, Castum Plebis, avamposto strategico verso le due città rivali, divenne parte integrante del territorio del comune di Perugia e, grazie alla realizzazione di una possente cinta muraria, si trasformò in elemento cardine del sistema di controllo e di difesa del suo confine sud occidentale.

Il piccolo castrum assunse ancora una volta ulteriore e nuova dignità, diventando Castel della Pieve.

Crocevia di interessi opposti e luogo di passaggio di antiche vie verso Roma, come la Francigena e la Romea, il castello assunse importanza grazie alla propria posizione strategica e fu più volte protagonista di numerose rivolte contro la città dominante culminate in un breve periodo di libertà comunale tra il 1228 ed il 1250, grazie alla protezione dell’Imperatore.

Alla morte di Federico II avvenuta nel 1250 Perugia sottomise di nuovo Castel della Pieve costringendola a fornire tanto mattone da lastricare la Piazza Pubblica della città dominante.

A partire da questa data Perugia impedirà definitivamente ogni futura espansione di una città così ribelle. Castel della Pieve, conservò i proprio sentimenti ghibellini e si modellò, nello spirito e nella forma, tanto per l’uso dei materiali come il laterizio quanto nella struttura urbana, su Siena, la grande potenza filoimperiale dell’Italia centrale e, per questo, in continuo conflitto con la guelfa Perugia.

Tra la fine del secolo XII e la prima metà del secolo XIV, all’interno della cinta muraria, sorsero numerosi edifici: la nuova pieve con primi accenni di stile gotico, la Torre Civica ispirata a modelli del romanico lombardo, il Palazzo dei Priori, la Torre del Vescovo e la poderosa Rocca Perugina, progettata nel 1326 dagli architetti senesi Lorenzo e Ambrogio Maitani, uno degli esempi di edilizia militare più rilevanti dell’Umbria.

Costantemente antiperugina e antipapale, Castel della Pieve entrò nel 1375 entrò nella Lega della Libertà e si alleò con i Visconti di Milano e la Repubblica di Firenze tanto da ricevere nel 1403 l’interdetto di Bonifacio IX.

 

Città della Pieve, la Patria del Perugino


Guardando i dintorni di Città della Pieve vengono alla mente i paesaggi ideati da Pietro Vannucci detto Il Perugino ove compare il Lago Trasimeno e in lontananza la Valdichiana.
E fu proprio a Castel della Pieve che, nell’anno 1450 c.a, nacque il grande pittore.

Numerose sono le sue opere che si possono ammirare in città: l’Adorazione dei Magi presso l’oratorio S.Maria dei Bianchi, il Battesimo di Cristo e la Madonna in Gloria e Santi presso la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, duomo di Città della Pieve e concattedrale dell’arcidiocesi di Perugia e Città della Pieve, la Deposizione dalla Croce presso Santa Maria dei Servi e Sant’Antonio Abate tra i Santi Marcello e Paolo Eremita presso la Chiesa di San Pietro.

Il Vannucci, dopo un primo contatto con la realtà artistica perugina dovette avvicinarsi, secondo quando scrive Giorgio Vasari nel 1550, a Piero della Francesca.

Nel 1472 il Perugino si iscrisse alla Compagnia di San Luca a Firenze.

Contemporaneamente iniziò a frequentare la prestigiosa bottega di Andrea del Verrocchio.

Una lunga consuetudine con l’ambiente fiorentino segnò profondamente la sua espressione artistica, al punto che i contemporanei non esitarono a considerarlo maestro toscano: «Pietro Perugino, ben si può dire fiorentino, ch’è allevato qui» (F. Albertini, 1510).

Giovanni Santi, padre di Raffaello, di cui il Perugino fu maestro, sottolineò (1485 circa) la sua affinità di temperamento con Leonardo da Vinci, sicuramente da lui incontrato nella bottega del Verrocchio.

Nelle composizioni dell’artista, tra le figure pensose poste in primo piano e ispirate alla statuaria classica ed il paesaggio retrostante che si allontana verso l’infinito, si crea una dimensione patetico-sentimentale che suggerisce la presenza armonica di Dio nell’Universo.

 

L’epoca delle signorie


Sullo scorcio del secolo XIV a Castel della Pieve si affermò la signoria dei Bandini, famiglia al servizio delle armate della Repubblica di Firenze e della Serenissima, che si costruì nella piazza principale una residenza in eleganti forme rinascimentali.

Nel 1497, dopo un’annosa guerra con Orvieto, Bandino II Bandini ottenne anche il possesso di Salci e Fabro.

Nel secolo XV si susseguirono nel dominio della città capitani di ventura quali Braccio Fortebraccio da Montone e Biordo Michelotti.

Il castello rimase sostanzialmente sempre sotto il controllo di Perugia e fu protagonista di interminabili contese con le comunità limitrofe per le confinazioni ed i pascoli sulle Chiane, come anche di ribellioni a seguito delle continue imposizioni di tasse.

Le tensioni furono tali che nel 1464 Perugia proibì l’uso di insegne e vesti che indicassero le fazioni in cui la popolazione del castello era divisa.

Una tregua si ottenne nel 1488, quando i mercanti pievesi, specializzati nella produzione di un pregiatissimo panno cremisi, poterono tornare a vendere i propri tessuti nella città dominante.

Fatti drammatici si susseguirono nel secolo XVI.

Nel 1503 Cesare Borgia, il Valentino, presente lo stesso Machiavelli, fece strangolare nella Rocca Perugina Paolo Orsini e Francesco di Gravina, ed occupò militarmente il castello mettendolo a ferro e fuoco.

Nel 1525 Castel della Pieve fu l’epicentro di una sanguinosa rivolta contadina contro Perugia.

Nel 1527, l’anno del Sacco di Roma, le truppe francesi inviate in soccorso di Papa Clemente VII assalirono la città filoimperiale, abbandonandosi a stragi e devastazioni.

Nel 1529 Papa Clemente VII de’ Medici tolse definitivamente Castel della Pieve dalla Legazione di Perugia e la sottomise direttamente al potere centrale di Roma: vennero così eletti Governatori Perpetui di nomina papale che furono sempre Cardinali o nipoti di Pontefici.

Nel 1550 Giulio III del Monte elevò a Governatore il nipote Ascanio della Corgna.

 

Castel della Pieve e Ascanio della Corgna


Ascanio della Corgna nacque dal nobile perugino Francesco detto Francia e da madonna Giacoma Ciocchi del Monte, sorella del cardinale Giovanni Maria, futuro papa Giulio III il quale lo istituì marchese di Castiglione del Lago e del Chiugi e Governatore Perpetuo di Castel della Pieve.

Egli è considerato a ragione uno dei più illustri personaggi della sua epoca, distintosi in molti campi.

Capitano di ventura, maestro d’armi, ingegnere militare, comandante generale dell’esercito pontificio, fu il più forte torneista della sua epoca e spadaccino imbattuto, del quale rimane famoso il duello avvenuto a Pitigliano con il nobile fiorentino Giovanni Taddei il 26 maggio 1546 ed immortalato nel 1574 dal Pomarancio negli affreschi del palazzo di Castiglione del Lago.

Le sue temerarie imprese gli costarono la perdita dell’occhio destro in un incidente che si verificò nel 1536 durante la battaglia di Casale Monferrato.

Lo stemma di Ascanio era caratterizzato dalla presenza dell’arbusto di corniolo con i rametti verdi e i frutti rosso scarlatto: nei dintorni del castello di Bastìa Corgna, presso Passignano sul Trasimeno, sede gentilizia della famiglia, crescevano infatti questi alberelli da cui volle prendere il nome.

Da papa Pio IV fu poi da lui imprigionato a Castel Sant’Angelo, con accuse di delitti, stupri e altri reati e prontamente liberato dietro le pressioni dei principi europei perché, come esperto d’armi, il suo aiuto era necessario per liberare Malta assediata dai turchi.

Come detto in precedenza, lo zio Giovanni Maria Ciocchi del Monte, eletto papa nel 1550 col nome di Giulio III, lo nominò marchese di Castiglione del Lago e del Chiugi e Governatore Perpetuo di Castel della Pieve per sdebitarsi con la sorella Giacoma che aveva prestato alla Santa Sede una rilevante somma di denaro dietro la concessione in enfiteusi per nove anni di quei territori. Morto, però, il pontefice cinque anni dopo, Ascanio ebbe forti contrasti con il successore Paolo IV che lo destituì e gli sequestrò il patrimonio. Pio IV infine lo reintegrò nei suoi possedimenti e nel rango di marchese.

Il marchesato era piccolo ma prestigioso, incuneato com’era tra il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa.

Il della Corgna aveva, tra i vari privilegi, il potere di mero e misto imperio e facoltà di battere moneta.

Il marchese aveva sposato Giovanna Baglioni, della stirpe di Malatesta I, signore di Perugia: non avendo avuto figli, Ascanio scelse come successore il nipote Diomede della Penna, figlio di sua sorella Laura e di Ercole Arcipreti della Penna, che aggiunse al proprio il cognome dei della Corgna.

Alla fine del 1571, durante il rientro dalla battaglia di Lepanto alla quale aveva partecipato come comandante delle armate papali, la sua forte fibra, per il freddo patito in mare, cedette ad alte febbri: per prudenza, onde consultare i medici e riposare, si fermò a Roma, dove, il 3 dicembre, all’età di cinquantasette anni, morì nel palazzo Salviati alla Lungara, dimora del cardinale Fulvio suo fratello.

La salma fu imbalsamata, ricoperta da un drappo in fili d’oro e portata a Perugia, con un sontuoso funerale, e tumulata nella cappella di Sant’Andrea della chiesa di San Francesco al Prato, dove tuttora riposa.

Del suo genio a Città della Pieve rimane memoria nel palazzo da lui progettato e fatto costruire difronte alla Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, Duomo e Cattedrale della città.

//]]>